A volte nello sport,come nella vita, bisogna prendere una posizione chiara. Io mi son schierato apertamente con l'operato di Roberto Mancini sulla panchina interista. In due anni ha dato un gioco riconoscibile a questa squadra e vinto 4 Coppe, senza contare lo scudetto legittimamente assegnatoci, rispolverando l' ingiallita bacheca nerazzurra. Si parlerà quindi molto di Inter, ma commenterò anche senza peli sulla lingua quello che molti giornalisti, giocatori o addetti ai lavori fino al deflagrare di Calciopoli non potevano o volevano dire. Come ha sempre fatto Mancini. QUESTO BLOG E' EMOZIONALMENTE DEDICATO AD ENRICO, AMICO FRATERNO PER TROPPO POCO TEMPO, MA CHE NON DIMENTICHERO' MAI

CAMBIASSO: IL TRENO GIAPPONESE. Puntuale nell’ inserimento dei due gol interisti. Mai in ritardo contro i centrocampisti viola. Efficace in occasione dell’ assist a Ibra.

MATERAZZI: IL CHEWING GUM SOTTO IL TAVOLO. Mancini lo appiccica a Toni e rimane così per gran parte della partita senza che qualcuno trovi il modo per staccarlo. Lo metti lì e sai che quando lo guardi lo trovi. Finchè qualcuno o qualcosa ti costringe a toglierlo.

TONI: IL TONNO LIBERATO. Preso nella rete preparata da Mancini e gettata da Materazzi. Si dispera, lotta e si sbatte fino in fondo. Quando forse sta per arrendersi la rete si apre, torna libero e fa vedere che è sempre di prima qualità.

PRANDELLI: L’ALUNNO RIMANDATO A SETTEMBRE. E’ bravo, ma non ha studiato a sufficienza. Liverani trequartista, Gobbi ala destra, nessuna marcatura su Cambiasso, difesa imprecisa. Rimedia sul finire con i due cambi, ma è troppo tardi per ottenere subito la promozione.
FACCHETTI: L’ANGELO NERAZZURRO. C’è ma non si vede. Ispira l’ animo degli interisti con il ricordo del suo esempio. Protegge e custodisce le speranze dei tifosi.

Sarti, Burgnich, Facchetti…Per quelli che sono stati come me adolescenti negli anni Ottanta e Novanta, avari di grande soddisfazioni, cresciuti a pane e Inter in una famiglia nerazzurra, i ricordi del nonno e della mamma partivano sempre così. Negli anni Sessanta la formazione tipo era ancora un dogma immutabile, come i numeri sulle maglie, le partite alla domenica pomeriggio e i giocatori bandiera. Quanta invidia per chi aveva vissuto il ciclo della Grande Inter di Angelo Moratti, di Italo Allodi, di Helenio Herrera e di quei campioni che ho scoperto poi nei libri, nelle videocassette in bianco e nero che periodicamente venivano messe in commercio, come se riscoprire il passato fosse la spinta per dimenticare il presente e guardare al futuro con ottimismo e fiducia. Mi sedevo e ascoltavo, a bocca aperta, i loro racconti e la mia fantasia di bambino volava. Di Giacinto Facchetti mi dicevano che aveva inventato il ruolo di terzino goleador con le sue continue discese sulla fascia, i suoi cross, i suoi gol. Tutti i terzini sinistri che puntualmente venivano ad occupare quel ruolo nell’ Inter non erano lontanamente paragonabili a quell’ elegante atleta che spese tutta la sua carriera in nerazzurro. Che era sempre corretto in campo e fuori, che era stato espulso solo una volta ma per un eccesso di protagonismo dell’ arbitro. Quelli come me hanno conosciuto il Facchetti dirigente, riportato nell’ Inter da quel Massimo Moratti con cui ha condiviso la giovinezza, le gioie e i dolori degli anni Sessanta e Settanta. Ricordo anni fa le contestazioni alla società che aveva nei ruoli chiave gli ex giocatori di quella Grande Inter, ritenuti troppo compiacenti e troppo poco competenti per riportare l’ Inter al livello del Milan berlusconiano e della Juve degli Agnelli. Ricordo anche che prima di diventare presidente era l’ ambasciatore dell’ Inter nei rapporti con l’ Uefa e la Fifa, esempio di uomo leale, onesto, corretto, pacato, di classe. Un vero signore, nell’ aspetto e nei comportamenti, che non amava mostrarsi ma che sapeva prendere la scena solo con la sua presenza. Ricordo che quando divenne presidente ero poco convinto che Moratti davvero delegasse a lui le scelte più importanti ma ero fiero che occupasse quella poltrona lui, un vero interista. Come Peppino Prisco, come lui uomo d’ altri tempi e dall’ altro stile. Sapevo della malattia che lo aveva colpito e ne ero rimasto rattristato, avendo perso da pochi mesi un amico per lo stesso male incurabile, sapevo che non ce l’ avrebbe fatta. Ho provato rabbia e sconcerto quando personaggi a lui nemmeno accomunabili l’ hanno tirato in ballo nelle intercettazioni, lui, uomo lontano come la sua Inter da ogni truffa, da ogni slealtà, da ogni illecito, da ogni prepotenza. Ora provo la stessa commozione di tutti quelli che hanno questa squadra nel cuore e non mi sorprende che lo stesso sentimento sia comune ai tifosi di altri colore. Facchetti non era solo il campione o il presidente. Era l’ uomo da rispettare perché onesto ed educato. Al di là di qualunque bandiera. Proprio lui, una delle bandiere più belle dell’ Inter.

E' stato il simbolo di un' Inter vincente e onesta, leale e corretta, educata e con stile. Lo stile Inter che soprattutto negli ultimi mesi ci ha fatto capire quanto siamo differenti dagli altri e sentire orgogliosi di appartenere a questa maglia e a questa società. GIACINTO FACCHETTI non poteva che essere INTERISTA.